Questa sera descrivo un luogo reale piegato dalla memoria, ma l’ho scelto perché somiglia a ciò che provo ogni volta che scrivo di nostalgia.
Quella piazza era di un arancio caldo,
sotto un chiarore mielato dei lampioni che si rifletteva sul lastricato basolato.
Il tempo pareva indugiare, scintillando piano tra le fughe di quelle pietre.
I visi scolpiti dei quattro fiumi ci guardavano assopiti e attenuati.
Nel loro silenzio antico restavano immobili,
mentre il gocciolare dell’acqua mescolava i suoni distanti e il respiro della città altrove, ignari di noi.
La loro vita proseguiva oltre l’inquadratura.
La sera tardi mi pungeva la pelle con il suo vento; il freddo si infilava nel collo della giacca e infine nel mio respiro.
Eppure non avevo mai sentito così tanto calore prima di allora.
Percepivo che non mi apparteneva…
Ero al suo fianco.
Mi sorrideva,
e il suo volto si fece ambrato tra ombra e luce.
Non riuscivo a capire quale dei due fosse più bello…
Se fosse l’ombra a inquadrare i suoi lineamenti,
o la luce a illuminare i suoi angoli più bui.
Camminavamo senza una meta precisa,
come se bastasse esserci,
come se ogni direzione fosse quella giusta.
Un tempo sfiorai quelle spalle…
Un tempo, fu tutto appena accennato… tutto già detto…
Più di quanto mille parole avrebbero saputo raccontare.
Chissà se fossero quelle ombre a renderlo profondo e misterioso,
o la luce a renderlo improvvisamente tanto vicino… quasi umano, quasi mio.
Parole lievi nascevano lì, tra noi, intatte e bellissime, così io smisi di rincorrere il tempo tra quel confine sottile dove tutto era possibile.
Quanto di ciò che siamo nasce da un solo istante?
Siamo l’equilibrio fragile
tra ciò che il tempo allontana
e ciò che continua a cercarci.
Ed è qui che mi si spezza la voce…
Comunque fosse…
quel giorno, il mio cuore era pieno del suo amore.
Se cercate me,
per un istante soltanto,
inermi nel tempo,
io, sono ancora lì,
Quieto tra ciò che ero e ciò che sono,
il rumore di quel sorriso mi scalda ancora…
Può davvero questo dirsi passato?

Rispondi