"Scarabocchi d'inchiostro"

Frammenti di scrittura.

Il Paradosso del Tempo

L’orologio segnava ancora un’ora qualunque, eppure lo fissai come se potesse dirmi qualcosa che non sapevo. Non avevo impegni, né l’urgenza di essere altrove. Il gesto mi venne spontaneo, come se cercassi una conferma che il tempo stesse davvero passando. Una conferma della realtà che, di certo, non rincorrevo.

Mirò seguì il mio movimento con gli occhi, senza dire nulla per un attimo. Poi, con la sua solita calma, inclinò leggermente il capo e accennò un sorriso.

‹‹Lo controlli per sapere quanto tempo ha ancora… o per capire quanto ne ha perso?››
Alzai lo sguardo su di lui, colto alla sprovvista. Non avevo una risposta. Forse entrambe. Forse nessuna. Forse stavo solo cercando di tenere il conto di quanto tempo fosse passato da quando lei se n’era andata.

Mirò si appoggiò allo schienale della sedia, le mani intrecciate davanti a sé. ‹‹Per il beato che rimpiange… ne è valsa la pena?›› disse a bassa voce.

Mi bagnai le labbra, sentendo il peso di quella domanda gravarmi sulle spalle.

E lui aggiunse: ‹‹Scrittore, l’amore non chiede pegno. È il beato a volerlo pagare. A misurarlo. A renderlo una moneta di scambio col rimpianto.››

Sospirai, scuotendo la testa, quasi infastidito.
Trasformai la domanda in una spiegazione: ‹‹Sto chiedendo se la bellezza di quell’attimo giustifica tutto il resto. Se vale la pena vivere per un lampo di felicità, sapendo che prenderà posto, alla pari, tra le mancanze.››

Mirò rimase in silenzio per un istante. Poi, con la solita calma, estrasse dal panciotto un vecchio orologio da taschino. Lo posò sul tavolo, si sistemò gli occhiali sul naso e indicò il quadrante. Il ticchettio riempì l’aria: un battito costante, metallico, che sembrava rimbombare tra le pareti.

‹‹Il tempo. Ascolta.››
Lo sentivo entrare nella testa, senza volerlo.
Tic. Tac. Tic.

‹‹Non esiste silenzio, adesso. Perché sente il suo ritmo. E noi… noi siamo proprio qui dentro.›› Batté leggermente il dito sull’orologio. ‹‹Più si sta di fronte allo scorrere del tempo, più si è tentati di trattenerlo.››

Poi fece scattare la chiusura dell’orologio. Il ticchettio svanì, come se non fosse mai esistito.
‹‹Ma le cose più vere non hanno tempo, scrittore. ›› Fece una pausa. ‹‹O almeno… non come lo intendiamo noi. Le riconosce perché non si consumano. E, alla fine, tutto ciò che sa… è che non le è mai passata del tutto.››

Rimasi immobile.

‹‹Poche ore o una vita intera… cosa cambia? Se le apprezza, resteranno. Anche quando il tempo ci muore tra le mani.››
Mi guardò, gli occhi socchiusi dietro le lenti.
‹‹Ma mi dica, secondo lei, scrittore… il beato, se il paradiso esistesse in un solo istante… lo saprebbe riconoscere?››

Il tempo sembrò fermarsi.
La biblioteca si fece ancora più silenziosa, come se il mondo intero stesse aspettando una risposta.
Ci guardammo. Sapeva che non l’avrei avuta. Non allora.
Mirò si sporse leggermente in avanti, il volto sfiorato dalla luce fioca.

‹‹Il suo paradiso, scrittore… non è quello che ha posseduto.››
La sua voce era un sussurro.
‹‹Ma quello che l’ha lasciata. È questo che lo ha reso tale. Altrimenti sarebbe vita. Non crede?››

Non avevo detto una parola e lui aveva continuato a parlare. Il silenzio rimase tra noi. Io fissavo il tavolo, mentre Mirò mi osservava con quell’espressione imperscrutabile, le mani intrecciate.

Poi si tolse gli occhiali e cominciò a pulirli con un fazzoletto di stoffa, come se tutta quella pesantezza non fosse solo mia, ma anche sua.
‹‹Dunque, scrittore…›› disse infine, con una calma che suonava come certezza.
Si rimise gli occhiali.
‹‹Vogliamo misurare il peso del tempo… o abbiamo intenzione di farne qualcosa?››

E se io, il paradiso l’avessi già visto?

J.Julis

Rispondi